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Provenienza: Napoli

Periodo Attività: Dal 1988

Discipline: Mcing, Radio Djing, Giornalismo Hip-Hop

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HHF: Come sei venuto a conoscenza dell’Hip Hop? Qual è stata la prima espressione artistica con la quale sei venuto in contatto e che ti ha suscitato curiosità?                                                                       

C: Beh, non dimentichi mai il giorno in cui la tua vita è cambiata: era il 10 agosto 1988, e sulla TV italiana è stato trasmesso l’unico programma che mostrava un po’ di musica cool. Così il presentatore ha presentato una delle sue band preferite, “Walk this way” dei Run DMC e degli Aerosmith e mi ha letteralmente sconvolto la mente. Non avevo mai visto niente di simile: l’energia, l’atteggiamento, l’approccio, lo stile, è stata una rivoluzione per i miei occhi. Ero in un campo estivo, avevo 13 anni, e c’era un ragazzo che diceva che quella cosa si chiamava Rap, ed era qualcosa che veniva dal ghetto di New York. Mi sono innamorato subito.

HHF: Quali sono stati gli artisti, i pionieri o gli esponenti che ti hanno formato, all’inizio del tuo percorso?

C: Sicuramente quella seconda generazione della fine degli anni 80 Public Enemy, Run DMC, LL Cool J, Eric B & Rakim, Big Daddy Kane, EPMD, Boogie Down Productions. L’ondata successiva, come DE LA Soul, Tribe Called Quest, Jungle Brothers ha cambiato la mia visione. Ho avuto difficoltà a capire quei ragazzi, ma riuscivo a sentire il divertimento e potevo vedere che stavano parlando di cose rilevanti, non era solo una cosa di festa! In Italia ho avuto la fortuna di incontrare e passare abbastanza tempo con maestri come Dee Mo, Neffa, Next One, Sha One, Crash Kid, OTR etc, persone con esperienza internazionale, persone con conoscenze grandi come una montagna e abbastanza umili da trasmettermi il principio e i fondamenti dell’Hip Hop.

HHF: Questa rubrica cerca di portare i lettori anche a conoscenza di quelle personalità che non hanno avuto gli onori della ribalta, ma che li avrebbero meritati. Quali “Italian Hidden Sories”, secondo te, andrebbero recuperate assolutamente?

C: Sicuramente l’Hip Hop italiano della Golden Age è stato un incredibile momento di crescita, ma non ha ricevuto l’attenzione che meritava. C’erano decine di artisti che sono rimasti sottoterra e non hanno avuto l’attenzione che meritavano.

HHF: Cosa ha significato nella tua vita essere Hip Hopper e cosa significa oggi, alla luce delle esperienze che hai vissuto?

C: L’ Hip Hop ha mi reso l’uomo che sono oggi. Quando KRS dice: “Rap è quello che fai, Hip Hop è quello che vivi”. L’Hip Hop ha cambiato la mia vita, e tutto quello che faccio è Hip Hop, o visto in una prospettiva Hip Hop. Puoi essere un hip hopper che fa di tutto. E’; una questione di atteggiamento e di approccio alle cose, è come una lente e si vede la vita attraverso di essa.

HHF: Raccontaci un aneddoto legato all’ Hip Hop che pensi meriti di essere ricordato.

C: In Italia non c’è un solo episodio, ma la serie di Jam e Convention che si svolgevano da nord a sud del paese. Ricordo con piacere eventi incredibili come l’Hip Hop Village a Torino, Juice ad Ancona, Indelebile a Rimini, Quartieri a Roma, le decine di jam nella mia città natale Napoli. Era Internet prima di Internet, era la strada per connettersi, tu ci andavi per incontrare persone come te, e in quei posti dove ho letteralmente incontrato tutti, esperienze che sicuramente mi stavano dando così tanto.         

A livello internazionale mi ricordo che durante una festa di anniversario degli Zulu a New York (1999 credo), c’era questo after party con Krs One, ed era tutto esaurito. Sono riuscito ad entrare di nascosto e improvvisamente sul palco c’erano Krs, Fat Joe, Lord Finesse, Diamond D, Kool Keith e Jeru the Damaja in una jam freestyle passando il microfono. E’ stato irreale! 

HHF: Nel tuo percorso con l`Hip Hop, quali sono state le esperienze più determinanti e che ti hanno portato alla consapevolezza di poter raggiungere i tuoi obiettivi?

C: Ancora una volta, viaggiare in Italia, fare networking con altre teste Hip Hop, è stata la cosa migliore di quel periodo. Era come un forum virtuale, ci conoscevamo, ed era fratellanza. Non importa la città da cui vieni, non importa la disciplina, eravamo tutti ragazzi che facevano tutti la stessa cosa e che amavano la stessa cosa.

HHF: Viviamo in un periodo storico di sovraesposizione mediatica dell’ Hip Hop, che spesso può generare fraintendimenti e confusione. Quale consiglio senti di dare ai ragazzi ed alle ragazzi che vorrebbero intraprendere un percorso formativo e artistico costruttivo?

C: Sii originale, sii te stesso. E rispetta la vecchia scuola.

HHF: Hai vissuto in posti diversi, a diverse latitudini, entrando in contatto con le “scene” e le esperienze locali, quali sono gli aspetti che idealmente trasferiresti in Italia e quali quelli della tua terra che porti con te e che hai riscontrato suscitare interesse all’estero, tanto da fare ladifferenza?

C: Sicuramente vivendo nel Regno Unito ho visto un approccio “business” e un modo professionale di fare le cose. Ogni dettaglio è curato, niente accade per caso. E’ piu’ una visione internazionale, non solo locale. Come direbbe Prodigy: “tu minore, noi maggiori”. E’ una visione diversa, di livello superiore.

HHF: Ci sono artisti che vedi come dei punti di riferimento non solo professionale, ma anche umano?

C: Ho due eroi, uno per paese. In Italia è Dee Mo, l’artista più influente dell’Hip Hop italiano. Tutto quello che ha toccato, è diventato oro. Potrei passare ore ad ascoltare o a discutere con lui, e ogni volta imparo tantissimo. A livello internazionale sicuramente Chuck D e’ quello che mi ha influenzato in passato e lo fa ancora oggi. Artisti che ogni parola che dicono pesa una tonnellata! 

HHF: Pensi che il tuo operato abbia influenzato negli anni qualcuno più giovane?

C: Spero di sì. All’epoca, io e la mia crew eravamo impegnati a fare il più possibile, stavamo facendo una fanzine, un programma radiofonico, feste hip hop e jams, dove l’obiettivo principale era quello di diffondere la parola e i principi del Real Hip Hop. Quando oggi arriva un ragazzo e mi ringrazia perché allora mi prendevano come esempio, che è la cosa più gratificante che potesse mai accadere, significa che tutti gli sforzi non sono stati vani.

HHF: Napoli e’ sempre stato il fulcro di vari artisti, dalla scrittura alla pittura, dagli attori ai cantanti, quali sono le figure che ti porti dietro con te qui in Uk?

C: Napoli è stata molto influente nella mia educazione. Sicuramente in me ci sono Pino Daniele, Enzo Avitabile, James Senese, Mario Merola, Nino D’Angelo, Massimo Troisi, Toto’, Diego Maradona, Eduardo De Filippo, Masaniello e I Cosang.

HHF: Sappiamo che sei un collezionista virale di vinili, provi ancora le stesse sensazioni facendo digging oggigiorno? C’e’ qualche acquisto in particolare che ti ha suscitato emozioni forti?

C: Scavare nelle casse rimane la esperienza più karmica che potrei fare, insieme al ciclismo. E’ davvero triste che oggi lo shopping discografico non può essere fatto come 30 anni fa, oggi i negozi di dischi sono sempre meno, la maggior parte della roba buona si trova online, ma continuo a scavare quando viaggio. Ovunque vado compro almeno 2 dischi e un paio di scarpe da ginnastica, è un modo per tornare indietro e mi ricorda quell’esperienza. L’emozione più grande è stata quando ho comprato un’intera collezione di dischi da questo tizio che si stava trasferendo a Dubai. Era una collezione di 17.000 pezzi, con tripli o quadruple sigillati di OG dell’ Hip Hop Golden Age.. Purtroppo la stessa collezione è andata in fiamme l’anno scorso. E’ stato uno dei giorni piu’ tristi della mia vita.

HHF: Ti ringraziamo ancora per l’occasione che ci hai concesso e vorremmo chiederti di segnalarci qualche artista emergente, italiano o straniero che hai conosciuto o che hai scoperto e che, secondo te, rappresenta un fulgido esempio di Hip Hopper.

C: The mouse outfit, band britannica Hip hop con il giusto approccio e mentalità hard core. Non sono affari sconosciuti, ma amo il loro atteggiamento hip hop al 100%

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